F1 Dal Divano

venerdì 25 aprile 2008

No di Montezemolo e Renault che arranca: Alonso pensa già al 2009


Non sa cosa dilaniare per primo, Fernando Alonso. Da una parte c'è stato il candido sfogo su richiesta di Luca Cordero Di Montezemolo, dall'altra l'arrancante consapevolezza di una Renault ancora incapace di supportare desideri adeguati. Il presidente della Ferrari, in un'intervista a La Gazzetta Dello Sport, s'è affrettato a spezzare gli ultimi rimasugli di speranza di un approdo dello spagnolo a Maranello, concessi dalle occhiate dolci del fu Jean Todt: "Schierare un duo formato da Kimi Raikkonen e Fernando Alonso potrebbere essere dannoso per la Ferrari: voglio dei piloti trattati a pari livello e che lavorano assieme". Per uno che cerca di cavare da un triciclo blu almeno una buona bici da marciapiede, non è propriamente carino da ribadire. E' d'altronde questa l'altra sua preoccupazione, se non la più impellente: riportare la Renault ai fasti di un tempo, ad una posizione dignitosa per non scomparire in un consapevole sconforto. Briatore tenta di dar man forte all'illusione promulgando un ottimistico "fa sempre bene pensare in grande", ma in realtà pensa ancora ridotto: "Se la vettura va come pensiamo, sarà indietro alla BMW, ma più o meno allo stesso livello". Quindi quarta forza del lotto. Ancora indietro.
Ma l'attualità preme e svetta su tutto. Le lusinghe della Ferrari, improvvisamente spezzate da Montezemolo, non sembrano smuovere Fernando più di tanto. "Cosa volevate che dicesse..." snobba le chiacchiere lo spagnolo. Anche Raikkonen, seconda metà del rompicapo, glissa con un "non voglio parlarne" mentre Briatore la butta sul ridere: "Sono qui per parlare della Renault, se volete parlare della Ferrari vi paghero' addirittura un viaggio a Maranello". Ma qualcosa di vero solitamente ci deve essere e non si tratta soltanto di un corteggiamento platonico che si ripete ciclicamente, a sentire l'ex ferrarista Patrick Tambay: "Sono pronto a scommettere che è cosa fatta".

Di sicuro c'è il fiorire di mugugni. Alonso dà sempre l'idea di incassare senza fare pieghe, e forse stavolta è così. “Non avrei problemi a fare coppia con Raikkonen - ribadisce lo spagnolo - Io non ho mai avuto problemi con nessuno dei miei compagni anche quando erano più veloci di me". Neppure la spina nel fianco Hamilton? "Con lui qualcosa c'è stato - ammette - ma è stato molto ingigantito dai media e poi è dipeso tutto dalla squadra e non da me o da lui. Come a Budapest quando io sarei dovuto restare fuori un giro in più nelle qualificazioni ha sbagliato la squadra, non Lewis". Forse ora Nando eccede in buonismo, considerata l'entità di quegli screzi da cardiopalma. O forse, da buon furbetto alla ricerca di conquiste, sottovaluta sfacciatamente il suo caratterino da leader, che poco si addice a rivali dirimpettai propensi alla ribellione. Il buon Flavio, ben più navigato, lo rileva senza pudore: "E’ sempre molto difficile avere due piloti forti nella stessa squadra perché se sono allo stesso livello è normale che diventino nemici e metterli insieme non sempre produce risultati positivi". Il novellino Nelson Piquet jr dovrà incassare senza troppe domande, perchè il manager della Renault è chiarissimo: "La migliore strategia in F1 e' stabilire una gerarchia che funzioni per entrambi i piloti", proprio quello che l'anno scorso la McLaren evitò di inscenare con Alonso e Hamilton, "perdendo così il campionato piloti a causa della loro rivalità". Se lo ricorderà anche Fisichella, questo leit-motiv abbozzato da Briatore, quello di avere un top-driver e un altro di cortorno, colorato o opaco che fosse. Flavio, d'altronde, non ha mai nascosto di puntare con grande energia sullo spagnolo, tanto da concedere stavolta sviolinate adulatrici: "Fernando è il miglior pilota mai avuto. Rispetto a Schumi, a pari età commette meno errori ed è più freddo".

Il problema è che non basta il pilota a trasformare tricicli in bolidi. E qui sta la seconda angoscia di Alonso: doversi platealmente arrendere dopo un tris di gare perchè quest'anno per la Renault il massimo possibile sarà raccogliere margherite, seppur con un accenno alla speranza: "Questa stagione sarà dura per me, sempre nel mezzo del gruppo. Perciò, dopo l’esperienza, il prossimo anno sarò un pilota migliore. E vedremo". I test con la nuova versione della R28 non l'hanno demoralizzato, ma neppure stupito, perchè la macchina non riesce ancora ad ingranare con passione, checché vada dicendo Briatore: "Abbiamo visto nei test che la vettura e' migliorata e se non sarà un grande passo avanti sarà un piccolo progresso". Un piccolo passo in avanti, appunto, che non può soddisfare adeguatamente chi nel dna sa di non poter ridursi a giocare nelle retrovie. "Abbiamo compiuto un passo avanti - ammette Alonso - verificheremo quanto importante sia questo GP. Avremo guadagnato un paio di decimi, vedremo se bastano per entrare sempre nel terzo settore delle qualifiche". Essì perchè il piatto inizia a lacrimare: "Abbiamo conquistato un misero punto in Malesia e nulla in Bahrein. Non è possibile, per noi. Dobbiamo innalzare il nostro livello di competitività. Speriamo che il Montmelò sia il punto di partenza". Fernando nella propria terra, è finito tra i primi 4 negli ultimi cinque anni, vincendo alla grande nel 2006. Sa di poter contare su un grande stuolo di sostenitori (sempre più di 100.000 persone), nonostante la sua brillantissima stella sia stata bruscamente occultata dal fenomeno nero Hamilton, così che ora i supporters del Nano, calcolando le magre possibilità di trionfo del proprio pupillo, si stanno attrezzando alla scomoda arte del gufaggio. Rimane d'altronde poco da ingegnarsi per ribaltare le carte, Briatore sarebbe a posto con un bel podio d'incoraggiamento, anche perchè, ammette, "non penso che faremo la pole", ma se il cavallo è quello che è, il fantino è giudicato mastodontico: "Sarà Fernando a fare la differenza, farà tutto il possibile e l'impossibile per riuscirci". Lui ovviamente non smentisce, ma sfodera un sano realismo che non può abbagliare: "Dovrebbero accadere troppe stranezze. Quest’anno il podio è un sogno. E' vero che ogni volta che ho corso il mio Gp di casa ho avuto la possibilità di lottare per la pole o per la vittoria, salendo almeno sul podio. Quest'anno, però, questa è una possibilità irreale, un sogno come lo è stato nelle prime tre gare. È la prima volta. ma prima o poi la macchina migliorerà. E Barcellona è la prima possibilità". "Ma la cosa importante e' mostrare segni di miglioramento - insiste Briatore - Se un pilota vede che la vettura migliora, cresce la sua fiducia". E la pazienza? Sarà nero su bianco sul contratto, ma ogni sviolinata è un pezzo di corteggiamento profondamente sentito: "Fernando sta lavorando in modo incredibile sulla vettura, con i meccanici e gli ingegneri. Penso sia migliorato e maturato molto. Stiamo lavorando insieme e penso che progrediremo". Sempre che Montezemolo non si decida di cambiar idea...

Etichette: , , ,

Fia contro il razzismo senza Mosley: Ma i piloti vogliono sorvolare


Nel comunicato diramato dalla Fia si sottolinea come "la discriminazione e il pregiudizio non possono trovare spazio nello sport e nella società", e in calce una sostanziosa sassaiola di adesioni da Raikkonen ad Ecclestone. Peccato che il foglietto con cui la Federazione espone la propria risposta alla ventata razzista che a febbraio scaraventò il povero neretto Hamilton là nei lidi di Montmelò, dove domenica si correrà il quarto appuntamento della stagione, il GP di Spagna, sia stato partorito da un certo Max Mosley. Proprio colui che condì di violenza, razzismo e spiragli di condiviso nazifascismo un pomeriggio venato di frustrate adeguatamente riprese e gettate in pasto ai media certo sordidamente, ma con un risalto profetico che tarda ad avverarsi. Il capo Max è ancora ai posti di combattimento e se ne va orgoglioso a recitare, a supporto della campagna antirazzista chiamata EveryRace (ogni corsa, ma anche ogni razza), che "a nessuno interessa il tuo background, la tua razza, il sesso o la religione: qullo che conta è quanto sei veloce". Punto per punto il suo atto di difesa sfoderato alla stampa quando tentò di respingere l'ondata di disgusto che quel video sadomaso cosparse nell'intero circus, scatenando attesissimi veleni. Che col tempo si sono però indeboliti, tanto che la stessa F1 si trova ancora spaccata nel decidere come impostare il pollice della sfida. Nessuno si agita come Nerone, la Ferrari si nasconde nel silenzio, la Renault altrettanto, idem l'Automobile Club britannica, al cui rigore si sono ispirati anche i piloti del paddock, che si vedono bene dall'improvvisare tremolanti schieramenti. Così, in caso di pollice tuttora vacante, Max Mosley rimane a galla, per giunta con il piglio di chi invece vuole camminare sulle acque. Giusto per marciare ancor di più sull'indolenza, questo weekend è atterrato addirittura in Giordania, per presenziare al rally iridato. Fregandosene dell'appuntamento preso da mesi, ovvero presentare la propria creatura, una campagna antirazzismo, la cui potenza - peraltro considerata sempre velleitaria - s'è afflosciata in un'attestazione di presenza da scarno comunicato stampa.

A dire il vero, nessuno ha preso sul serio questa iniziativa. Sia perchè la Formula 1 non è mai stata patria di deliberati attacchi razzisti, sia perchè in molti hanno ravvisato strascichi dell'infinita polemica Spagna-Inghilterra che l'anno scorso si appiccicò rispettivamente ad Alonso ed Hamilton, che in McLaren non perdevano occasione per beccarsi da solerti stizziti. I 4 scalmanati che ad inizio febbraio scorso, durante i test invernali al Montmelò, insultarono Lewis, probabilmente rimarranno una macchietta infelice ma facilmente rimovibile in uno sport e soprattutto in una terra che non ha mai registrato finora episodi del genere. Ma la tranquillità, in questo mondo in cui gli equilibri durano il tempo di un caffè, non è mai cosa acquisita definitivamente, e allora anche una brutta faccenda come quella degli insulti razzisti acquista contorni - contro i quali ovviamente nessuno dotato di buonsenso può smarcarsi - che affrettanno riflessioni in gamba tesa.

Alonso non crede ad una Spagna inviperita contro il suo ex compagno di squadra. Piuttosto coglie ciò che l'ipocrisia dei suoi colleghi non ha evidenziato, e che è molto logico: "E' strano che la Fia dica queste cose su temi così delicati, dopo quello che è successo al presidente". Era altrettanto ovvio che quella manciata di scalmanati non poteva passarla liscia, ma forse a stupire è il troppo peso conferito a questa boutade, anche se potenzialmente drammatica. "A me pare che sia stato un problema esploso sui giornali, più che non qui a Barcellona" condivide Felipe Massa, che insiste con le giustificazioni: "Bisogna vedere se fu una vera essa in scena razzista o solo una innocente carnevalata". Ad ogni modo, un colpo di spugna su questo sporco era necessario e ovviamente condivisibile. Peccato che a stringere il detersivo siano dirigenti Fia che non hanno ben calcolato i risvolti delle proprie malefatte. Così sir Mosley, autoliberatosi dai peccati, scorrazza in Giordania, e qua a Barcellona la potenza di questa redenzione voluta dai vertici è del tutto insignificante. Meglio così, per certi versi: ci sarebbe mancata soltanto la guerra agli epiteti. Pedro De La Rosa rimarca la bontà dei connazionali: "Noi spagnoli abbiamo l'occasione di dimostrare al mondo che né oggi né in passato siamo stati mai razzisti. Non ci sono mai stati problemi e non credo ce ne saranno d'ora in poi". Raikkonen lo spalleggia: "Siamo qui per correre e qualunque tipo di pregiudizio non fa parte del gioco". Cosciente di starsene con le orecchie tappate, Mosley se la spassa tra i sultani, perchè d'altronde questo è un pazzo Circus e anche i pagliacci sono pagati per divertirsi.

Etichette: ,

mercoledì 26 marzo 2008

Le qualifiche della discordia: basterà un tempo limite a scacciare i pericoli?

Il mondo della Formula 1 è un perennemente bisticciare, non tanto tra piloti o ingegneri, aizzati da prevedibili scaramucce o allertati da spionaggi indiscreti, ma tra il circus che corre e quello che lo dirige. La Fia, tradizionalmente incline a fasciarsi la testa soltanto quando la testa sanguina davvero, stavolta sembra disponibile a trattare sull'ennesimo formato delle qualifiche, perennemente modificato per coniugare spettacolo ed allontanare la noia. Quest'anno i supremi capi del teatrino a quattro ruote hanno deciso di accorciare a dieci minuti l'ultima sessione di qualifica, quella dove i primi dieci piloti qualificati si dovrebbero scannare per la pole position. Gli altri dieci minuti sono stati decurtati in nome della politica ecologica intrapresa dalla Federazione, che prevede di togliere dai piedi lo sperperio indiscriminato di benzina. Un comportamento che i piloti, fino all'anno scorso, erano soliti inscenare prima di accendere i cinque minuti di fuoco oppure immediatamente dopo perchè comunque avrebbero potuto nuovamente rabboccare carburante per la prima fase di gara. Stavolta si sono messi di mezzo Heidfeld e Alonso, per carità loro malgrado: si sono ritrovati a tentare l'attacco alla pole allo scadere mentre la maggioranza dei già sazi procedeva a velocità di triciclo per consumare meno benzina possibile (da quest'anno con quella che rimane nei serbatoi si effettua la prima parte di gara). Hamilton e soprattutto Kovalainen non si sono accorti di impicciare ai due piloti che cercavano il tempo, o se si sono accorti non sono riusciti a scansarsi in tempo per non disturbarli. Risultato: 5 posti in meno in griglia e tanti saluti.
Il Mondiale 2008 è senza dubbio scattato con una Fia subito severa e verosimilmente zero malleabile dai piagnistei. Ma le lamentele di Heidfeld e la scocciatura di Alonso non sono piaciuti a molti nel paddock che nuovamente rumoreggia. Perchè se è vero che venti minuti sono troppi, dieci sono troppo pochi, e poi considerate dieci vetture forsennate che si ritrovano a ballare tutte insieme contemporaneamente: c'è il rischio che qualcuno vi schiacci il piede. "A me non piace questa situazione di implicito pericolo - spiega Mario Theissen, responsabile BMW - le differenze di velocità in pista tra i vari piloti sono molto alte, nell'ordine di 200 km/h. Secondo me bisogna risolvere urgentemente la situazione, magari già in Bahrein". Theissen ha già provveduto a scomodare l'eterno Charlie Whiting fin da sabato, maneggiando l'urticante scottatura di Heidfeld, penalizzato dalle lumache McLaren. Anche Alonso sposa questa condivisa diffidenza, a prescindere dal gusto personale di veder affossati, nel caso specifico malese, i suoi ex dirimpettai: "Quando un pilota sta facendo il tempo guida è al limite, in certi punti arriva ai 300 km/h. E si trova in pista delle auto che viaggiano a 60 orari. Sabato scorso è successo questo e avete visto che cosa è accaduto". Il tempo, beato, di soggnignare per la penalizzazione altrui, ma lo spagnolo ritorna subito serio.

E seria vuole porsi la stessa Federazione, che col pugno duro già agitato con successo lo scorso weekend non vuole certo collezionare defaillances. Dalla sede centrale è già partita la promessa che già dal Bahrein cambierà - di nuovo - qualcosa. Non tanto il tempo da dedicare all'ultima sessione, ma una soluzione già prospettata dal polacco Robert Kubica, che nel suo piccolo non faticava a sfoderare buonsenso: "Basta imporre un tempo massimo di percorrenza del giro, in modo simile a quanto già avviene per la formazione della griglia di partenza". Il tempo limite lo deciderà ovviamente la Fia, certo però è che il pericolo, seppur ridimensionato, è sempre presente: ci saranno sempre vetture che navigheranno in tranquillità rasente ai giardini. Alonso non si nasconde: “C’erano 6 o 7 vetture che procedevano lentamente ma erano fuori traettoria e non mi hanno disturbato. Introdurre limiti di tempo potrebbe non essere la soluzione ideale”. La patata bollente rimane ovviamente alla Federazione. Conscia che tanto a scottarsi saranno, come al solito, i piloti.

Etichette: , ,

domenica 23 marzo 2008

Calimero Massa accusa il cordolo beffardo. E la Ferrari si smarca

Eccolo, il Calimero rosso. Che poi è un Calimero versione autolesionista, se davvero dai box Ferrari non emergeranno tesi difensiviste che solo a pensarle si accarezza il ridicolo. Che poi Barrichello a confronto avrebbe dovuto avere un passaporto per Lourdes. Invece Felipe Massa fa e disfa con un preoccupante know-how che spinge tutti ad inventarsi i motivi di questa voglia forsennata di farsi male quando sai che la salute c’è e potresti campare benissimo cent’anni. Invece no. E siamo già a due. Massa bissa gli sfottò finendo in testacoda a metà gara come un pivellino qualsiasi, senza che la frenesia lo spinga oltre il concepibile. Davanti c’era Raikkonen, che al primo pit-stop gli ha soffiato la testa della corsa, grazie a un paio di giri stellari che l’avranno stordito. S’è girato come un principiante col triciclo, Massa. E ora che ogni volta ne accade di incomprensibili al piccoletto brasiliano, corre il dubbio che magari toccherà rivolgersi al’autoscuola. A Melbourne, in piena seconda curva, passò dalla terza in prima e dirottò a bordo pista. Stavolta il bis, che a molti suona come consacrazione di un fallimento, e a lui un motivo valido per ripetere che “non devo dimostrare niente a nessuno”, ma intanto il tempo passa e il treno del campionato non aspetta oltre.
Perché poteva essere doppietta Ferrari, perché poteva essere la giornata giusta per Felipe, che quando imbecca una pole position con la facilità disarmante sfoggiata sabato sa di doversi esigere una domenica coi fiocchi. Però troppe cose non coincidono con gli intenti ed è inutile prendersela con chi non può difendersi più di tanto, la macchina appunto. Ineccepibile, dice Kimi, che giustamente se la gode e forse se la ride. Se c’è da nascondere la figuraccia con un qualsiasi problema tecnico, siamo fuori strada. Massa comunque ci prova, anche se sa bene che passare per millantatore è facilissimo. “Dobbiamo capire se nell'urto con il cordolo la macchina abbia riportato dei danni” spiega il brasiliano, che s’è subito fissato nel fotografare il cordolo canaglia, quello che ha frantumato la possibile gloria: “Nel giro 31 ho preso il cordolo all'uscita della curva 6 in maniera un po' aggressiva e poi ho perso il posteriore alla curva successiva”. Quello che fan tutti per cinquantasei volte di seguito. Senza finire nella ghiaia.
Luca Baldisserri non vuole passare per ridicolo e si trincera, pur sempre indeciso, dietro un “episodi come questi fanno parte delle corse”, di certo non rendono felici e Felipe lo sa bene: sono tutte occasioni perse per rimpolparsi il morale, soprattutto perché c’è il compagno di squadra, un certo Raikkonen, che ha saputo cancellare le stecche australiane con una prestazione che risveglia gli entusiasmi. Al brasiliano non rimane che rimuginare prima di sferrare l’immancabile rivincita: “E' chiaro - conclude - che si tratta di un inizio di stagione molto difficile per me ma la strada è ancora molto lunga: sappiamo di poter contare su un grande potenziale, come si è visto oggi, e ciò mi lascia fiducioso”. I bronci tuttavia persistono e non sarà facile dissiparli, idem le squillanti voci che vogliono Massa fuori dal Cavallino, alla faccia di un contratto blindato e pure di qualcun altro, vedi tra le Asturie, che in giro dissemina frasi del tipo “sapete che piuttosto che la McLaren, preferisco veder vincere le Ferrari”. Nell’attesa che le profezie avvengano o scompaiano, ci sono due settimane per far sì che stavolta i conti tornino davvero.

Etichette: , , ,

domenica 16 marzo 2008

In fumo motori e spavalderia: non c'è Ferrari contro un super Hamilton

Volendo, si potrebbe pure far finta di niente, attaccarsi alle solite banalità del tipo il cammino è ancora lungo, che vuoi che sia. Invece stavolta c’è un mucchio di considerazioni che non ci si può permettere di annoverare nel cestino. C’è di mezzo un’ecatombe di un’epocale incertezza, che merita di essere approfondita, in mezzo ad un solido misticismo che affascina e inquieta, per le proporzioni con cui s’è abbattuto a Melbourne. In Australia è scattato il Mondiale di Formula 1 e se ne sono accorti tutti, meno Hamilton che non s’è curato affatto delle baraonde emerse alle sue spalle. In Ferrari si sono invece accorti fin troppo di un weekend che non poteva certo finire a pacche sulla spalla, per come erano così malvagi i segnali di un sabato rovente.
Non si può far finta di niente, dunque, perché c’è un doppio ritiro rosso che ora spaventa, dopo 178 gare in cui almeno una delle due vetture non aveva mancato il traguardo. All’alba Raikkonen e Massa devono per forza scrutare il motore e prendere coscienza che se ci sarà un avversario con cui duellare da qui in Brasile, non sarà il neretto della McLaren, ma una minaccia ben più seria che si chiama affidabilità. Poi ci possiamo aggiungere pure il fattore cabala, che vede nel 75% dei casi il pilota vincitore del primo gp anche trionfatore finale a novembre. Non che manchino, ovviamente, le eccezioni (nel 2003 a Melbourne vinse Coulthard, il che è già una rarità da poter essere facilmente dimenticata), ma anche in questo caso un che di inquietante rimane. E lo si legge nelle parole del neo direttore sportivo Stefano Domenicali: «Se vi ricordate, nel 2006 avevamo cominciato con una situazione molto simile, ma poi abbiamo recuperato». Peccato che poi nel 2006 alla fine vinse Alonso e nessuno ha voluto farglielo notare. Se ci aggiungiamo pure i capricci dei piloti, stranamente imbizzarriti al volante di una Rossa che non andava certo piano, la resa è presto scritta. E anche in questo caso valgono poco le parole del nuovo Jean Todt (che da quest’anno si limiterà a sclerare sul divano del salotto), che «il problema non sono i ragazzi che hanno commesso qualche errore di troppo», soprattutto quando senti narrare dagli stessi protagonisti delle marachelle scenari che pensi appartengano soltanto alle gare coi tricicli.
Inizia Massa e c’è da preoccuparsi: «Nella prima curva ho scalato troppe marce, ho accelerato e non sono riuscito a tenere il controllo perché mi è entrata la prima». Un errore da pivellini, sembrerebbe, parzialmente giustificabile dall’addio all’elettronica spinta che vuole piloti paragonabili a tassisti. Il brasiliano era ad un pelo da Kovalainen, quando a mezzo curva s’è opposto alla massa finendo ad accarezzare le protezioni. Raikkonen invece ha voluto strafare con le piroette: un testacoda prima, un picnic non autorizzato quando era terzo e pronto a sbeffeggiare sempre Kovalainen. «Tutte queste cose non contano quando non finisci la gara» taglia corto il finlandese rosso, e in effetti ci sono due motori rotti che aspettano di essere adeguatamente scandagliati per evitare che il disastro si ripeta. Ma l’imperturbabile dimestichezza della coppia del Cavallino che eravamo abituati ad applaudire ora si sgretola senza troppe domande e rischia di far dormire poco anche i più ottimisti.
Chi non si deve sbizzarrire troppo nel condire i sorrisi è Lewis Hamilton. Che la tragedia ferrarista ora assapora con la stessa intensità con cui cinque mesi fa assaporarono a Maranello il baratro brasiliano in cui era precipitato il neretto della McLaren. Ha viaggiato senza far di conto verso una vittoria filante e perfetta, circondata da quell’arguzia millimetrica che prima trovavamo irresistibile in Michael Schumacher e che pare ora faccia invece impazzire Ron Dennis. Lewis ha voluto reimpostare il suo destino stavolta dall’inizio, partendo all’impazzata e anzi dovendosi pure scocciare di quella safety-car che per ben tre volte gli si è piazzata davanti al muso. Dietro di lui, infatti, s’è consumata la bagarre in più atti. Passano trenta secondi trenta e in fondo al mar bisticciano Davidson, Vettel, Fisichella, Webber e Button, d’accordo che dopo la litigata se ne torna tutti a casa. Esplode l’angoscia di Trulli, dopo una decina di giri s’arrostisce la batteria, ed è poco consolante che poco prima anche la seconda Force India, quella del perennemente ultimo Sutil abbia dovuto cedere nella solita indifferenza dei telecronisti. Ma il lavoro per gli inservienti del tracciato arriva quando Massa prova ad infilare Coulthard alla prima curva, basta un tocco di ruota e la Red Bull dello scozzese prende il volo prima di rovinare in mezzo alla pista. «Io sono passato all’interno e forse lui non mi ha visto» si discolpa il brasiliano, che di certo non fa gran danni né alla vettura né al pilota scozzese, da anni ormai relegato ad un’austera mediocrità. E’ ancora safety-car, ma chi crede che per stavolta possa essere abbastanza lo avrebbe dovuto dire all’esordiente Timo Glock, che prima ride vedendo scivolare in testacoda Raikkonen in odore di sorpasso, poi vede buio quando un’escursione non autorizzata nel prato lo scaraventa un paio di volte a 360 gradi senza più le sembianze delle sospensioni. La festa non è finita, dunque, o meglio era finita per Massa prima di questo scempio di detriti al vento che tanto piace ai cameramen. Finirà a 4 giri dalla fine anche per Raikkonen, che per un terzo di gara ha annaspato dietro Barrichello, dovendo ora pure ringraziarlo visto che per aver ignorato il semaforo rosso in uscita dai box è stato squalificato, consegnando così un misero punticino al finlandese. Farà pur morale, certo, ma senz’altro poca fiducia.
Il meglio però lo fa vedere Alonso, che sapeva di guidare una scartoffia che solo con un po’ d’estro e misurata sfacciataggine può trasformarsi in carrarmato. A metà gara lo spagnolo s’è trovato davanti a Kovalainen e Raikkonen, sorpassati entrambi nel loro momentaneo assonnamento, e dietro l’esordiente Bourdais, che nel tenere il passo non è niente male. Poi però gli esplode il motore (Ferrari, eh già) e contemporaneamente Kovalainen la combina ad Alonso, infilandolo a tradimento. Guai a ridere, Heikki, perché in pieno rettilineo Ferdinando ti svernicia con una facilità emblematica che sa tanto di temporaneo sfasamento del finlandese, costretto poi a finirgli dietro e a far tramutare l’entusiasmo scapestrato di Ron Dennis in un musone apocalittico. Chi lo odia, guardandolo ci gode, vero Alonso? «Il momento più divertente della mia gara? Beh, la faccia di Ron Dennis quando ho superato Heikki Kovalainen. L’ho vista sui maxischermi, davvero bella». Cattivello ma sublime, nonostante raccolga un quarto posto che ai tempi d’oro sarebbe stato soltanto orrida muffa.
Poteva ridere anche Robert Kubica, partito a fianco di Hamilton, ma ai box pasticcia e fa fuori Nakajima (in precedenza era stato Barrichello a far tremare - e rotolare per terra - i meccanici, quando ai box parte anzitempo con la complicità della paletta alzata e il bocchettone della benzina ancora inserito). In compenso festeggiano le due Williams: Heidfeld ha fatto il suo compitino, e non c’è nulla su cui toccar penna rossa nella sua seconda posizione, così come Nico Rosberg, che completa un podio che fa strabuzzare chi aveva scommesso sui soliti noti, abolendo il gusto dell’azzardo. Magari si poteva pure scommettere sul doppio ko dei ferraristi, che non si vedeva dalla preistoria, un po’ come quei numeri al Lotto che si fanno attendere così tanto da morirne esasperati. Sette giorni e la Malesia arriva, col suo carico di incognite. «Non eravamo fenomeni prima ma, scusatemi l’espressione, non siamo diventati dei rincoglioniti adesso» chiosa Domenicali. Almeno su questo, ci si può scommettere.

Etichette: