F1 Dal Divano

mercoledì 26 marzo 2008

Le qualifiche della discordia: basterà un tempo limite a scacciare i pericoli?

Il mondo della Formula 1 è un perennemente bisticciare, non tanto tra piloti o ingegneri, aizzati da prevedibili scaramucce o allertati da spionaggi indiscreti, ma tra il circus che corre e quello che lo dirige. La Fia, tradizionalmente incline a fasciarsi la testa soltanto quando la testa sanguina davvero, stavolta sembra disponibile a trattare sull'ennesimo formato delle qualifiche, perennemente modificato per coniugare spettacolo ed allontanare la noia. Quest'anno i supremi capi del teatrino a quattro ruote hanno deciso di accorciare a dieci minuti l'ultima sessione di qualifica, quella dove i primi dieci piloti qualificati si dovrebbero scannare per la pole position. Gli altri dieci minuti sono stati decurtati in nome della politica ecologica intrapresa dalla Federazione, che prevede di togliere dai piedi lo sperperio indiscriminato di benzina. Un comportamento che i piloti, fino all'anno scorso, erano soliti inscenare prima di accendere i cinque minuti di fuoco oppure immediatamente dopo perchè comunque avrebbero potuto nuovamente rabboccare carburante per la prima fase di gara. Stavolta si sono messi di mezzo Heidfeld e Alonso, per carità loro malgrado: si sono ritrovati a tentare l'attacco alla pole allo scadere mentre la maggioranza dei già sazi procedeva a velocità di triciclo per consumare meno benzina possibile (da quest'anno con quella che rimane nei serbatoi si effettua la prima parte di gara). Hamilton e soprattutto Kovalainen non si sono accorti di impicciare ai due piloti che cercavano il tempo, o se si sono accorti non sono riusciti a scansarsi in tempo per non disturbarli. Risultato: 5 posti in meno in griglia e tanti saluti.
Il Mondiale 2008 è senza dubbio scattato con una Fia subito severa e verosimilmente zero malleabile dai piagnistei. Ma le lamentele di Heidfeld e la scocciatura di Alonso non sono piaciuti a molti nel paddock che nuovamente rumoreggia. Perchè se è vero che venti minuti sono troppi, dieci sono troppo pochi, e poi considerate dieci vetture forsennate che si ritrovano a ballare tutte insieme contemporaneamente: c'è il rischio che qualcuno vi schiacci il piede. "A me non piace questa situazione di implicito pericolo - spiega Mario Theissen, responsabile BMW - le differenze di velocità in pista tra i vari piloti sono molto alte, nell'ordine di 200 km/h. Secondo me bisogna risolvere urgentemente la situazione, magari già in Bahrein". Theissen ha già provveduto a scomodare l'eterno Charlie Whiting fin da sabato, maneggiando l'urticante scottatura di Heidfeld, penalizzato dalle lumache McLaren. Anche Alonso sposa questa condivisa diffidenza, a prescindere dal gusto personale di veder affossati, nel caso specifico malese, i suoi ex dirimpettai: "Quando un pilota sta facendo il tempo guida è al limite, in certi punti arriva ai 300 km/h. E si trova in pista delle auto che viaggiano a 60 orari. Sabato scorso è successo questo e avete visto che cosa è accaduto". Il tempo, beato, di soggnignare per la penalizzazione altrui, ma lo spagnolo ritorna subito serio.

E seria vuole porsi la stessa Federazione, che col pugno duro già agitato con successo lo scorso weekend non vuole certo collezionare defaillances. Dalla sede centrale è già partita la promessa che già dal Bahrein cambierà - di nuovo - qualcosa. Non tanto il tempo da dedicare all'ultima sessione, ma una soluzione già prospettata dal polacco Robert Kubica, che nel suo piccolo non faticava a sfoderare buonsenso: "Basta imporre un tempo massimo di percorrenza del giro, in modo simile a quanto già avviene per la formazione della griglia di partenza". Il tempo limite lo deciderà ovviamente la Fia, certo però è che il pericolo, seppur ridimensionato, è sempre presente: ci saranno sempre vetture che navigheranno in tranquillità rasente ai giardini. Alonso non si nasconde: “C’erano 6 o 7 vetture che procedevano lentamente ma erano fuori traettoria e non mi hanno disturbato. Introdurre limiti di tempo potrebbe non essere la soluzione ideale”. La patata bollente rimane ovviamente alla Federazione. Conscia che tanto a scottarsi saranno, come al solito, i piloti.

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domenica 23 marzo 2008

Calimero Massa accusa il cordolo beffardo. E la Ferrari si smarca

Eccolo, il Calimero rosso. Che poi è un Calimero versione autolesionista, se davvero dai box Ferrari non emergeranno tesi difensiviste che solo a pensarle si accarezza il ridicolo. Che poi Barrichello a confronto avrebbe dovuto avere un passaporto per Lourdes. Invece Felipe Massa fa e disfa con un preoccupante know-how che spinge tutti ad inventarsi i motivi di questa voglia forsennata di farsi male quando sai che la salute c’è e potresti campare benissimo cent’anni. Invece no. E siamo già a due. Massa bissa gli sfottò finendo in testacoda a metà gara come un pivellino qualsiasi, senza che la frenesia lo spinga oltre il concepibile. Davanti c’era Raikkonen, che al primo pit-stop gli ha soffiato la testa della corsa, grazie a un paio di giri stellari che l’avranno stordito. S’è girato come un principiante col triciclo, Massa. E ora che ogni volta ne accade di incomprensibili al piccoletto brasiliano, corre il dubbio che magari toccherà rivolgersi al’autoscuola. A Melbourne, in piena seconda curva, passò dalla terza in prima e dirottò a bordo pista. Stavolta il bis, che a molti suona come consacrazione di un fallimento, e a lui un motivo valido per ripetere che “non devo dimostrare niente a nessuno”, ma intanto il tempo passa e il treno del campionato non aspetta oltre.
Perché poteva essere doppietta Ferrari, perché poteva essere la giornata giusta per Felipe, che quando imbecca una pole position con la facilità disarmante sfoggiata sabato sa di doversi esigere una domenica coi fiocchi. Però troppe cose non coincidono con gli intenti ed è inutile prendersela con chi non può difendersi più di tanto, la macchina appunto. Ineccepibile, dice Kimi, che giustamente se la gode e forse se la ride. Se c’è da nascondere la figuraccia con un qualsiasi problema tecnico, siamo fuori strada. Massa comunque ci prova, anche se sa bene che passare per millantatore è facilissimo. “Dobbiamo capire se nell'urto con il cordolo la macchina abbia riportato dei danni” spiega il brasiliano, che s’è subito fissato nel fotografare il cordolo canaglia, quello che ha frantumato la possibile gloria: “Nel giro 31 ho preso il cordolo all'uscita della curva 6 in maniera un po' aggressiva e poi ho perso il posteriore alla curva successiva”. Quello che fan tutti per cinquantasei volte di seguito. Senza finire nella ghiaia.
Luca Baldisserri non vuole passare per ridicolo e si trincera, pur sempre indeciso, dietro un “episodi come questi fanno parte delle corse”, di certo non rendono felici e Felipe lo sa bene: sono tutte occasioni perse per rimpolparsi il morale, soprattutto perché c’è il compagno di squadra, un certo Raikkonen, che ha saputo cancellare le stecche australiane con una prestazione che risveglia gli entusiasmi. Al brasiliano non rimane che rimuginare prima di sferrare l’immancabile rivincita: “E' chiaro - conclude - che si tratta di un inizio di stagione molto difficile per me ma la strada è ancora molto lunga: sappiamo di poter contare su un grande potenziale, come si è visto oggi, e ciò mi lascia fiducioso”. I bronci tuttavia persistono e non sarà facile dissiparli, idem le squillanti voci che vogliono Massa fuori dal Cavallino, alla faccia di un contratto blindato e pure di qualcun altro, vedi tra le Asturie, che in giro dissemina frasi del tipo “sapete che piuttosto che la McLaren, preferisco veder vincere le Ferrari”. Nell’attesa che le profezie avvengano o scompaiano, ci sono due settimane per far sì che stavolta i conti tornino davvero.

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domenica 16 marzo 2008

In fumo motori e spavalderia: non c'è Ferrari contro un super Hamilton

Volendo, si potrebbe pure far finta di niente, attaccarsi alle solite banalità del tipo il cammino è ancora lungo, che vuoi che sia. Invece stavolta c’è un mucchio di considerazioni che non ci si può permettere di annoverare nel cestino. C’è di mezzo un’ecatombe di un’epocale incertezza, che merita di essere approfondita, in mezzo ad un solido misticismo che affascina e inquieta, per le proporzioni con cui s’è abbattuto a Melbourne. In Australia è scattato il Mondiale di Formula 1 e se ne sono accorti tutti, meno Hamilton che non s’è curato affatto delle baraonde emerse alle sue spalle. In Ferrari si sono invece accorti fin troppo di un weekend che non poteva certo finire a pacche sulla spalla, per come erano così malvagi i segnali di un sabato rovente.
Non si può far finta di niente, dunque, perché c’è un doppio ritiro rosso che ora spaventa, dopo 178 gare in cui almeno una delle due vetture non aveva mancato il traguardo. All’alba Raikkonen e Massa devono per forza scrutare il motore e prendere coscienza che se ci sarà un avversario con cui duellare da qui in Brasile, non sarà il neretto della McLaren, ma una minaccia ben più seria che si chiama affidabilità. Poi ci possiamo aggiungere pure il fattore cabala, che vede nel 75% dei casi il pilota vincitore del primo gp anche trionfatore finale a novembre. Non che manchino, ovviamente, le eccezioni (nel 2003 a Melbourne vinse Coulthard, il che è già una rarità da poter essere facilmente dimenticata), ma anche in questo caso un che di inquietante rimane. E lo si legge nelle parole del neo direttore sportivo Stefano Domenicali: «Se vi ricordate, nel 2006 avevamo cominciato con una situazione molto simile, ma poi abbiamo recuperato». Peccato che poi nel 2006 alla fine vinse Alonso e nessuno ha voluto farglielo notare. Se ci aggiungiamo pure i capricci dei piloti, stranamente imbizzarriti al volante di una Rossa che non andava certo piano, la resa è presto scritta. E anche in questo caso valgono poco le parole del nuovo Jean Todt (che da quest’anno si limiterà a sclerare sul divano del salotto), che «il problema non sono i ragazzi che hanno commesso qualche errore di troppo», soprattutto quando senti narrare dagli stessi protagonisti delle marachelle scenari che pensi appartengano soltanto alle gare coi tricicli.
Inizia Massa e c’è da preoccuparsi: «Nella prima curva ho scalato troppe marce, ho accelerato e non sono riuscito a tenere il controllo perché mi è entrata la prima». Un errore da pivellini, sembrerebbe, parzialmente giustificabile dall’addio all’elettronica spinta che vuole piloti paragonabili a tassisti. Il brasiliano era ad un pelo da Kovalainen, quando a mezzo curva s’è opposto alla massa finendo ad accarezzare le protezioni. Raikkonen invece ha voluto strafare con le piroette: un testacoda prima, un picnic non autorizzato quando era terzo e pronto a sbeffeggiare sempre Kovalainen. «Tutte queste cose non contano quando non finisci la gara» taglia corto il finlandese rosso, e in effetti ci sono due motori rotti che aspettano di essere adeguatamente scandagliati per evitare che il disastro si ripeta. Ma l’imperturbabile dimestichezza della coppia del Cavallino che eravamo abituati ad applaudire ora si sgretola senza troppe domande e rischia di far dormire poco anche i più ottimisti.
Chi non si deve sbizzarrire troppo nel condire i sorrisi è Lewis Hamilton. Che la tragedia ferrarista ora assapora con la stessa intensità con cui cinque mesi fa assaporarono a Maranello il baratro brasiliano in cui era precipitato il neretto della McLaren. Ha viaggiato senza far di conto verso una vittoria filante e perfetta, circondata da quell’arguzia millimetrica che prima trovavamo irresistibile in Michael Schumacher e che pare ora faccia invece impazzire Ron Dennis. Lewis ha voluto reimpostare il suo destino stavolta dall’inizio, partendo all’impazzata e anzi dovendosi pure scocciare di quella safety-car che per ben tre volte gli si è piazzata davanti al muso. Dietro di lui, infatti, s’è consumata la bagarre in più atti. Passano trenta secondi trenta e in fondo al mar bisticciano Davidson, Vettel, Fisichella, Webber e Button, d’accordo che dopo la litigata se ne torna tutti a casa. Esplode l’angoscia di Trulli, dopo una decina di giri s’arrostisce la batteria, ed è poco consolante che poco prima anche la seconda Force India, quella del perennemente ultimo Sutil abbia dovuto cedere nella solita indifferenza dei telecronisti. Ma il lavoro per gli inservienti del tracciato arriva quando Massa prova ad infilare Coulthard alla prima curva, basta un tocco di ruota e la Red Bull dello scozzese prende il volo prima di rovinare in mezzo alla pista. «Io sono passato all’interno e forse lui non mi ha visto» si discolpa il brasiliano, che di certo non fa gran danni né alla vettura né al pilota scozzese, da anni ormai relegato ad un’austera mediocrità. E’ ancora safety-car, ma chi crede che per stavolta possa essere abbastanza lo avrebbe dovuto dire all’esordiente Timo Glock, che prima ride vedendo scivolare in testacoda Raikkonen in odore di sorpasso, poi vede buio quando un’escursione non autorizzata nel prato lo scaraventa un paio di volte a 360 gradi senza più le sembianze delle sospensioni. La festa non è finita, dunque, o meglio era finita per Massa prima di questo scempio di detriti al vento che tanto piace ai cameramen. Finirà a 4 giri dalla fine anche per Raikkonen, che per un terzo di gara ha annaspato dietro Barrichello, dovendo ora pure ringraziarlo visto che per aver ignorato il semaforo rosso in uscita dai box è stato squalificato, consegnando così un misero punticino al finlandese. Farà pur morale, certo, ma senz’altro poca fiducia.
Il meglio però lo fa vedere Alonso, che sapeva di guidare una scartoffia che solo con un po’ d’estro e misurata sfacciataggine può trasformarsi in carrarmato. A metà gara lo spagnolo s’è trovato davanti a Kovalainen e Raikkonen, sorpassati entrambi nel loro momentaneo assonnamento, e dietro l’esordiente Bourdais, che nel tenere il passo non è niente male. Poi però gli esplode il motore (Ferrari, eh già) e contemporaneamente Kovalainen la combina ad Alonso, infilandolo a tradimento. Guai a ridere, Heikki, perché in pieno rettilineo Ferdinando ti svernicia con una facilità emblematica che sa tanto di temporaneo sfasamento del finlandese, costretto poi a finirgli dietro e a far tramutare l’entusiasmo scapestrato di Ron Dennis in un musone apocalittico. Chi lo odia, guardandolo ci gode, vero Alonso? «Il momento più divertente della mia gara? Beh, la faccia di Ron Dennis quando ho superato Heikki Kovalainen. L’ho vista sui maxischermi, davvero bella». Cattivello ma sublime, nonostante raccolga un quarto posto che ai tempi d’oro sarebbe stato soltanto orrida muffa.
Poteva ridere anche Robert Kubica, partito a fianco di Hamilton, ma ai box pasticcia e fa fuori Nakajima (in precedenza era stato Barrichello a far tremare - e rotolare per terra - i meccanici, quando ai box parte anzitempo con la complicità della paletta alzata e il bocchettone della benzina ancora inserito). In compenso festeggiano le due Williams: Heidfeld ha fatto il suo compitino, e non c’è nulla su cui toccar penna rossa nella sua seconda posizione, così come Nico Rosberg, che completa un podio che fa strabuzzare chi aveva scommesso sui soliti noti, abolendo il gusto dell’azzardo. Magari si poteva pure scommettere sul doppio ko dei ferraristi, che non si vedeva dalla preistoria, un po’ come quei numeri al Lotto che si fanno attendere così tanto da morirne esasperati. Sette giorni e la Malesia arriva, col suo carico di incognite. «Non eravamo fenomeni prima ma, scusatemi l’espressione, non siamo diventati dei rincoglioniti adesso» chiosa Domenicali. Almeno su questo, ci si può scommettere.

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